Il Jeans: un capo iconico con impatto ambientale da non sottovalutare

Il Jeans è un capo che ha conquistato il mondo, trasversale a generi, classi sociali e culture. I numeri sulla sua diffusione parlano chiaro: circa 4,5 Miliardi di persone (metà della popolazione mondiale) ha almeno un jeans nel suo guardaroba! Dietro il suo fascino e la sua indiscutibile versatilità si cela però un impatto ambientale tutt’altro che trascurabile. La produzione del cotone, materia prima dei jeans, rappresenta un primo problema. Il 35% della produzione mondiale di questa fibra viene impiegato per realizzare i nostri amati pantaloni, spesso con metodi di coltivazione che fanno ampio uso di pesticidi e fertilizzanti, causando un notevole inquinamento del suolo e delle falde acquifere. Ma non è finita qui. La sete di acqua del cotone è proverbiale: per un solo paio di jeans servono circa 10.000 litri, una quantità davvero considerevole. 

Tuttavia, le criticità relative alla filiera del denim non si fermano a quelle appena elencate. La trasformazione del cotone in tessuto e la successiva realizzazione del jeans richiedono ulteriori processi, tra cui la tintura, che spesso impiega sostanze chimiche tossiche e genera acque reflue inquinanti. Oltre all’acqua e alle sostanze chimiche, c’è di più. La produzione di jeans richiede ingenti quantità di energia, con conseguenti emissioni di gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico. Da non trascurare inoltre il trasporto dei capi finiti ai consumatori in tutto il mondo che comporta ulteriori impatti ambientali.

Ma il dato più allarmante per l’ambiente riguarda le microfibre dei jeans. Nonostante il cotone sia una fibra naturale, lo studio “The Widespread Environmental Footprint of Indigo Denim Microfibers from Blue Jeans” svela una sconvolgente verità: le microfibre derivanti dai jeans non si biodegradano come si potrebbe pensare. Queste minuscole fibre si depositano nei sedimenti naturali, creando un accumulo dannoso per l’ambiente.

A confermare quanto detto sopra è un’indagine di Greenpeace che ha analizzato 21 campioni d’acqua prelevati nella città cinese di Xintang, conosciuta come la “capitale mondiale del denim”. I risultati sono allarmanti: in 17 su 21 dei campioni sono stati rilevati cinque metalli pesanti: cadmio, cromo, mercurio, piombo e rame. Queste sostanze nocive, utilizzate per fissare la tintura indaco, vengono sversate nei fiumi nei pressi degli stabilimenti tessili, contaminando le acque, danneggiando l’ecosistema marino e mettendo a rischio la salute dei lavoratori e delle comunità locali. 

Il costo umano oltre al danno ambientale

L’inquinamento causato dall’industria del denim non ha solo conseguenze ambientali, ma anche gravi ripercussioni sulla salute di chi lavora nel settore e delle persone che vivono nelle aree circostanti agli stabilimenti. L’esposizione a metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche può causare seri problemi di salute, tra cui tumori, malattie respiratorie e danni al sistema nervoso. Dietro il prezzo stracciato dei jeans del fast fashion si nasconde dunque un costo ben più alto, pagato da chi li produce e dall’ambiente. Come per ogni prodotto del fast fashion, anche i jeans nascondono spesso sfruttamento e condizioni di lavoro inaccettabili. I lavoratori, spesso in paesi in via di sviluppo come Bangladesh, India e Cina, sono costretti a lavorare in fabbriche insicure per salari bassissimi, senza tutele e spesso esposti a sostanze chimiche dannose. L’utilizzo di metalli pesanti nel processo di produzione, come già visto, non solo inquina l’ambiente, ma mette a rischio la salute dei lavoratori. La produzione di jeans, soprattutto su larga scala e con metodi non sostenibili, ha un impatto ambientale e umano devastante. 

L’importanza del riutilizzo e del riciclo

Di fronte a questa realtà preoccupante, è fondamentale assumere un atteggiamento consapevole e responsabile. La moda non deve avere un prezzo così alto. È tempo di rivedere le nostre abitudini di consumo e di pretendere un’industria del denim più etica e rispettosa dell’ambiente. Solo attraverso un impegno collettivo e un cambiamento di mentalità potremo coniugare stile e sostenibilità, tutelando il pianeta e la salute di tutti. La consapevolezza è il primo passo. Acquistare con criterio, prediligendo marchi che si impegnano per una produzione più sostenibile, utilizzando i jeans con cura, e infine incentivando il riutilizzo e il riciclo, sono piccoli gesti che possono fare la differenza. Di fronte a questa realtà preoccupante, SHIFCLOTH si impegna attivamente per promuovere una moda più sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Come azienda che vende all’ingrosso abbigliamento usato e vintage americano, SHIFCLOTH offre un’alternativa valida al fast fashion e al suo impatto negativo sull’ambiente. 

Vestire bene, fare del bene: la nostra filosofia

La moda sostenibile non è solo un trend, è una scelta di responsabilità.

Nella nostra azienda, crediamo che la moda possa essere bella e sostenibile allo stesso tempo. Ecco perché la nostra filosofia si basa su tre pilastri fondamentali:

  • Selezione accurata: Scegliamo con cura i capi che rivendiamo ai nostri clienti. Ci affidiamo solo ai migliori fornitori e acquistiamo solo merce di alta qualità.
  •  Economia circolare: Promuoviamo un modello di consumo circolare, dando valore ai capi già esistenti e riducendo l’impatto ambientale. 
  • Etica lavorativa: Promuoviamo un modello basato sul rispetto delle condizioni dei lavoratori.

 

Insieme, possiamo fare la differenza. Scegli SHIFCLOTH e abbraccia la moda sostenibile.

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In un mondo in cui la moda cambia rapidamente, noi di SHIFT CLOTH ci impegniamo a dare una nuova prospettiva all’abbigliamento usato. Siamo più di un’azienda di vendita all’ingrosso: siamo un’entità dedicata a ridurre lo spreco e l’impatto ambientale. 

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